Curare_raffreddore_erba_catiorà

L’inverno sembra essere passato. I primi tiepidi raggi di sole si sono già fatti sentire e noi ci siamo spogliati dei nostri cappotti convinti di essere ormai liberi di andare incontro alla primavera.
E invece zàc. Ci siamo presi un bel raffreddore e anche una grassa tosse.
Ho il rimedio per voi. Da ricordare per i prossimi inverni.

Da piccola, quando venivo colta da uno dei miei potentissimi raffreddori, la nonna andava in cantina a prelevare un mazzetto di erba catiorà. Mentre ne metteva una manciata nel pentolone insieme con 4-5 litri d’acqua, io continuavo a lamentarmi e sbuffare perchè avrei preferito prendere una qualsiasi aspirina, che con un sorso sarebbe stata bella che in pancia, invece che attendere la fine di quella cerimonia. L’erba, infatti, doveva bollire nell’acqua per circa tre quarti d’ora e i cosiddetti fumi sarebbero durati minimo un’altra mezz’ora.
Ma la mente della nonna, e il suo cuore, vedevano nella catiorà quel qualcosa che avrei capito molto molto più tardi e che andava al di là di ogni esperimento scientifico e di ogni reazione chimica.

In quel rimedio c’era sicuramente, e c’è ancora, la sapienza che viene dalla conoscenza e dalla tradizione. Si pensa, infatti, che siano stati i cimbri a importate l’erba catiorà in Lessinia quando si stanziarono sulle nostre montagna intorno al XII secolo. La montagna, infatti, è il luogo prescelto da questa pianta che cresce soprattutto in zone rocciose e aride fino ad un’altezza di 2.000 metri.
L’erba catiorà o stachys recta è una pianta perenne che può crescere sino ai 40 centimetri circa e fiorisce da maggio ad agosto. E’ in questo periodo che è consigliato raccoglierla per poi radunarla in piccoli mazzetti e metterla ad essiccare all’ombra fino a quando se ne renderà necessario l’uso.

Ma c’era anche quel miscuglio di medicina, religione e magia che da sempre sopravvive nelle culture contadine.
La nonna, alla fine dei suffumigi, mi chiedeva di lavarmi la faccia con il liquido rimasto nella bacinella con un movimento che andava dall’alto verso il basso per poi farlo ricadere nalla bacinella. Se dopo un po’ di tempo l’acqua fosse diventata un po’ densa e torbida significava che aveva avuto un effetto benefico sul mio raffreddore.
Non mi sono mai permessa di mettere in discussione queste sue certezze e quando notavo il suo sollievo nel vedere che, effettivamente, l’acqua del decotto si era addensata, mi sentivo a mia volta più serena.
L’erba catiorà è conosciuta, anche in altre parti d’Italia, come erba della paura in quanto si pensava che potesse curare gli stati di ansia e di forte turbamento che sopravvengono dopo eventi traumatici.
L’acqua della catiorà veniva infatti utilizzata per lavare, con una sola mano, dall’alto verso il basso, il corpo della persona traumatizzata recitando una sorta di preghiera che finiva per assomigliare ad una formula magica.

Detto questo, non è tanto importante credere o non credere a certe usanze. L’effetto della catiorà sulle costipazioni alle vie aeree è sicuramente provata dall’esperienza.
Che poi ci si soffermi ad osservare l’addensarsi dell’acqua dipende un po’ dalla nonna che si è avuta.
Buona guarigione!