El-Rumor-dela-neve

C’è qualcosa di veramente puro nelle poesie di Giacomo Campedelli, da tutti conosciuto come “Campe”, che pochi giorni fa ha presentato la sua nuova raccolta dal titolo “Na cuna che scuna”.

Anche questo lavoro, che con le altre sue due raccolte precedenti è stato inserito in un cofanetto intitolato “El rumor dela neve”, nasce dall’incontro tra vissuto interiore e parola, tra “emossiòni e alfabeto” come scrive lo stesso autore. I testi, frutto di una sensibilità accesa, sono infatti il risultato di un processo che parte dalla capacità di dare una direzione al frastuono dell’anima, anima in cui “rùgola emossiòni” contrastanti (“le bèga, le se bùcia”), e di rivelarlo al mondo attraverso un codice linguistico, “l’alfabeto” per l’appunto, che “el giusta su le beghe e ‘nte ‘n canton tuto l’inmucia”.

C’è tanta Lessinia nella poesia di Campedelli e chi la conosce bene non può fare a meno di riconoscere i paesaggi descritti dall’autore. Come un pittore egli dipinge quella terra che l’ha “accolto tra le braccia trattenendosi il cuore” con una delicatezza tutta personale intrisa di passato e futuro, di ricordi, di rimpianti e nello stesso tempo di fiducia nell’avvenire.

La natura, prima fonte di ispirazione, sa suggerire, placare, rincuorare. I suoi fremiti, le sue paure, i suoi stati interagiscono con quelli dell’uomo in un dialogo costante e intenso nel quale l’uno diventa il riflesso dell’altro.

Compaiono poi i cari scomparsi, figure ammantate di nostalgia per quei gesti che rimangono sospesi nella memoria ma ancora vivi grazie all’intensità con cui sono stati elargiti. Ci sono i “basi caldi” della madre dai “rissoli de oro”, e le sue braccia “che te struca con drénto tanto ben”; c’è la mano grande e tenera del papà che come un pettine (“on pètene de man”) “se móe sui mé cavéi”.

Na cuna che scuna”, che si suddivide in “Vita”, “Lessi-mia”, “El fógo”, “Faméja”, “I dughi”, è la terza delle raccolte pubblicate da Campedelli dopo “Emossióni maridè con l’alfabéto” del 2011 e “I oci mòri dela Luna” del 2013. Anche questo ultimo lavoro è frutto di quell’urgenza di mettere nero su bianco emozioni che “tracimano” e di lasciare spazio a quella “scintilla” che accende il fuoco sacro della poesia e dà vita a quell’inatteso eppur prepotente desiderio di svuotare “il tino di maturazione interno” in cui sedimentano mano a mano i turbamenti dell’anima.

La lingua prescelta dall’autore come viatico per esprimersi al meglio è il dialetto che gli permette di “lasciar fluire” ciò che egli è “fin dalla nascita”. E nella “parlata” che egli usa, infatti, confluiscono termini a volte rari, quasi scomparsi nella babilonia linguistica del mondo contemporaneo che tende a risucchiare ogni particolarismo. Nel dialetto non solo Campedelli trova il suo corrispettivo linguistico ma attraverso di esso riesce ad evocare atmosfere, a far parlare i ricordi, a rinchiudere in semplici parole la storia di una terra e di una popolazione.

La pubblicazione di “’Na cuna che scuna” è avvenuta contemporaneamente alla realizzazione del cofanetto “El rumor dela neve”. Nulla poteva essere più indicativo dello stile di questo cordiale e simpatico baristapoeta di Bosco Chiesanuova, gettonatissimo da generazioni e generazioni di giovani (e anche meno giovani). Delicata e silenziosa, la neve induce al raccoglimento e alla ricerca di calore. Perché quando fuori c’è freddo, nulla può riscaldare meglio di un cuore gentile che sa portare luce anche nei giorni d’inverno.

E questa cosa al “Campe” riesce proprio bene.